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Descrizione / Attività / Curriculum
Nel 1983 sul palcoscenico a pelo d’acqua della Spiaggia Grande di Positano, fu premiato da Alberto Testa come “giovane promessa della danza”. Una promessa mantenuta, alla grande. Uscito dall’Olimpo del Teatro Bolscioi, medaglia d’oro al Concorso di Varna, targa speciale per la carriera al Premio Positano, da tredici anni direttore del Ballo all’Opera di Dresda, ha un percorso artistico tutto in ascesa. Presenza forte, completa e straordinaria sulla scena, quanto sensibile, determinata e profonda nella vita, Vladimir Derevianko è una persona speciale, comunicativa, di grande esperienza e cultura, con quasi trent’anni di carriera alle spalle.

- Quando ha cominciato a studiare danza?

- “A sei anni. Ero un bambino molto vivace e mia madre, per farmi stare tranquillo, mi aveva iscritto ad una scuola dove, oltre alla danza, studiavo anche il violino. La passione non è nata subito, la ripetitività degli esercizi di base è necessaria ma anche pesante e noiosa. Quando i maestri hanno individuato in me delle doti professionali, mia madre ha scritto alla scuola del Kirov e del Bolscioi, decisa a farmi seguire gli studi. Il pensiero di partire è stato una spinta forte, entusiasmante. Mi sono trasferito al Bolscioi, semplicemente perché è stata la prima scuola a rispondere. Ho avuto la fortuna di vivere in quel teatro durante il periodo d’oro, ho visto ballare Vladimir Vassiliev, Ekaterina Maximova, Maya Plissetskaja e tanti altri, non uscivo mai dal teatro, dopo le lezioni e le prove, guardavo come lavoravano i grandi artisti russi e poi non perdevo neanche uno spettacolo; a distanza di anni posso dire che non ho mai conosciuto un’altra compagnia al mondo che aveva una così grande quantità di talenti. Erano “leggende della danza” concentrate tutte in un unico posto.”

- Lei ha delle doti fuori dal comune, ha mai avuto delle difficoltà ?

- “Niente è facile! Dio mi ha dato le possibilità fisiche ma niente mi è stato regalato. Non credo che siano le qualità fisiche che ti permettono di arrivare in alto ma le qualità dell’anima. Volere, sapere e sacrificare sono tre aspetti fondamentali. Quando c’è la passione bisogna tuffarsi a capofitto, senza ripensamenti, le cose fatte a metà non hanno senso. E’ molto importante avere un sogno, un credo artistico, e realizzare attraverso ciò che si fa, le proprie idee, il proprio amore.” - Nella sua lunga carriera ha spaziato dal repertorio classico a quello neoclassico, moderno, contemporaneo. Che tipo di stile predilige?

- “Il repertorio classico è difficile perché dal punto di vista tecnico è molto rigoroso, l’aspetto drammaturgico non sempre mi convince. Penso alla versione del “Lago dei cigni” di Neumeier, (“Illusions like Swan Lake”), secondo me un capolavoro tanto che faceva parte del mio repertorio, perché la storia, quella di Ludwig di Baviera, è diventata uno psico-dramma. La tecnica va bene fino ad un certo punto, quando poi si cresce, si matura, si sente il bisogno di interpretare dei ruoli più complessi dal punto di vista espressivo. Ecco perché mi piacciono molto i classici rivisitati dai grandi coreografi. Anch’io ho lavorato su nuove produzioni di “Giselle” e “Don Chisciotte” seguendo una traccia: non è la ricostruzione autentica che rende vivo il capolavoro passato- ogni cosa ha il suo tempo- ma l’emozione che può dare. Bisogna riprodurre l’emozione non i passi, niente è eterno,tranne pochissime eccezioni. La danza è effimera, nel momento in cui si chiude il sipario non c’è più, ciò che rimane è la sensazione, l’emozione. I passi sono come parole, se le parole oggi non le sentiamo più bisogna usarne altre, altrimenti la tradizione morirà. Un tempo Venere era corposa, oggigiorno è tutta un’altra cosa, basti pensare alle modelle. L’estetica cambia e quindi anche il nostro punto di vista cambia, bisogna sempre adattare l’arte ai tempi che viviamo.”

- Da tredici anni dirige la Compagnia di Ballo all’Opera di Dresda. Bilancio positivo?

- “Ho imparato moltissimo da questa esperienza, soprattutto sul piano umano. La figura del ballerino e quella di direttore di compagnia si contraddicono, il ballerino pensa solo a se stesso, il direttore deve dimenticare se stesso e vedere se funziona una creazione, per la compagnia e per il pubblico. L’arte serve a suggerire qualcosa a qualcuno, se il lavoro che si porta in scena non riesce a comunicare, c’è qualcosa che non va. Ballerino, insegnante e direttore sono tre aspetti del mondo della danza completamente diversi, essere un bravo ballerino non significa essere un bravo direttore e viceversa.”

- Che cosa la colpisce in un ballerino?

- “Il mio interesse è rivolto sempre alla persona .In scena si vede tutto, chi è vanitoso, chi intelligente, chi generoso, in palcoscenico si è nudi anche col costume più ricco addosso.”

- Quasi trent’anni di carriera, qual è il suo ricordo più bello?

- “Ce ne sono tanti, ma quando sono ritornato, dopo dieci anni di assenza, a ballare al Teatro Bolscioi, è stata un’emozione fortissima. Ho scoperto attraverso l’odore- quello del teatro, del trucco, di un olio particolare che usano solo in Russia- la forza della memoria. Prima di entrare in scena- per l’ ”Uccello di fuoco”- si sono paralizzate le gambe ma appena ho sentito la musica mi sono calmato ed è stata una soddisfazione enorme, ho pensato “ora posso smettere di ballare perché ho fatto qualcosa che non speravo di riuscire a fare”.”

- Quanto conta l’esperienza per un danzatore?

- “Tanto! E’ come se una persona povera trovasse improvvisamente una banca. Spesso i giovani danno importanza a cose che non ne hanno e sottovalutano le cose realmente importanti, è una questione di maturità.”

- Che cos’è l’umiltà?

- “Una qualità da coltivare, che porta molto lontano. Umiltà significa vedere chiaro e non sopravvalutare se stessi. Il talento può dare l’illusione di avere le chiavi per entrare ovunque, ma non è così .”

- Che cosa la emoziona nel mondo della danza?

- “L’arte.”

- Che cosa pensa della solitudine?

- “Da giovane non mi piaceva stare solo, da adulto è sempre stato un momento di meditazione e riflessione.” - Le è mai capitato di aver paura nella sua carriera ? - “Più che paura ho avuto dei momenti di smarrimento quando ho perso il mio credo artistico, che poi naturalmente ho ritrovato.”

- Com’è cambiata, secondo lei, la danza in Europa, in questi ultimi anni?

- “Si è orientata molto più verso il contemporaneo e ha aperto la strada a tantissimi giovani coreografi. Sono state fatte cose belle e meno belle, è arrivato secondo me un momento di revisione. Certe leggi le detta anche il pubblico, quando non si riempie più un teatro, c’è qualcosa che non va. Il pubblico cerca nell’arte qualcosa che non trova tutti i giorni nella propria vita, non va a vedere banalità. La scelta di un programma deve rappresentare un punto di interesse per il pubblico e per gli artisti.”

- Che rapporto ha con il suo corpo? - “Il corpo ha bisogno di disciplina, come la mente. Purtroppo dopo una certa età il fisico cambia, bisogna darsi una bella regolata. Prima ci guardiamo noi stessi- in sala, davanti allo specchio- poi ci guardano gli altri, quando magari è già tardi. Comunque sono molto attento.”

- E’ ambizioso? - “Si, sono colpevole di questo peccato!!! Sono ambizioso nel senso che sfido continuamente me stesso, non lo sono nei confronti degli altri.”

- Può esistere la perfezione nella danza?

- “...Per un attimo si… La magia della danza è questa: quello che c’è, dopo un momento non c’è più.”

- L’artista vive in palcoscenico,che cosa succede quando le luci della ribalta si spengono?

- “Se l’artista c’è in scena, c’è anche nella vita, quando si chiude il sipario.”

- Che cos’è la danza per lei?

- “Una grande parte della mia vita ma non è tutta la vita. Mi ha insegnato molto, continua a darmi emozioni ma sarebbe una bugia dire che è tutta la mia vita.”


intervista di Elisabetta Testa fonte http://www.vladimirderevianko.com/home.html
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